Come tanti dei miei amici più stretti sono cresciuta nell’oratorio di Sant’Angela Merici. Passavamo i pomeriggi a giocare in oratorio, le domeniche mattina a mangiare caramelle dopo la messa, e partecipavamo alle attività di catechismo e dopo cresima. Arché è sempre stato un nome presente nella mia testa. Da piccola lo associavo alla musica e alla radio che alcuni miei amici seguivano nel tempo libero.

Ricordo Emma, Claudia, Luca, Cristian… Ricordo che giocavamo in campeggio con l’oratorio a Val Bondione, sapevo che loro erano i bambini Arché ma non mi sono mai chiesta perché lo fossero o cosa volesse dire.

Andavo al Vintage con mia mamma, ho dei vaghi ricordi di quando il Vintage non aveva ancora la sede in via Ressi, lo ricordo vicino alla Maggiolina, o forse era dentro la Maggiolina… Arché è sempre stato un posto vicino casa.

Poi come diverse persone prima di me, la voglia di partire. Sperimentare. Volevo fare un’esperienza in un posto mai visto prima, sconosciuto… Lo Zambia. Ad aprile 2016, quando sono andata in oratorio e ho citofonato al campanello Arché, ho trovato Cristina ad accogliermi; mentre ci conoscevamo, mi ha raccontato che Arché avrebbe lasciato la sede di via Cagliero per trasferirsi in via Lessona, in CasArché.

Non sapevo nulla di CasArché, ed era strano pensare che una realtà ospitata e cresciuta nel mio oratorio potesse adesso andare così lontano.

Una volta tornata dallo Zambia ho desiderato lavorare in Arché per conoscere più da vicino una realtà così interessante e piena di stimoli, così a gennaio 2017 ho iniziato uno stage.

A dicembre sono andata per la prima vota in CasArché per conoscere Paolo, il mio responsabile: “Se metti l’indirizzo di CasArché su Google Maps non arrivi in CasArché… Quando scenderai dall’autobus vedrai degli occhi disegnati sul muro di fronte a te sulla sinistra, vai a destra e segui la strada ci saranno due curve. Alla fine troverai due colonne telefoniche e un ponte che porta su una superstrada fuori Milano. Lì sulla destra troverai il cartello CasArché, prendi quella via in fondo c’è una casa colorata”.

Piacevolmente stupita dalle capacità descrittive di Paolo, raggiungo la Casa senza incontrare problemi. Citofonando mi dice di passare dal retro e prendere delle scale che scendono. Non capendo esattamente la necessità di passare dal retro, mi limito a seguire le sue istruzioni.

Entro in una grande sala, sala Bomprezzi. Lo spazio è ampio e luminoso, Paolo mi spiega subito che l’ingresso principale è pensato per gli abitanti della Casa e per gli educatori, mentre gli operatori che lavorano in ufficio entrano dall’ingresso sul retro per dividere gli spazi. Questa affermazione mi suona strana quando, qualche minuto dopo, Paolo mi mostra come il suo ufficio comunichi tramite una porta con una stanza destinata a diventare un laboratorio di sartoria per l’avviamento la lavoro delle mamme. Ma le curiosità non sono finite. Tornando a gennaio per iniziare lo stage, la sala Bomprezzi è di colpo meno spaziosa, infatti c’è un muro bianco appena entrata sulla mia sinistra. Non molto tempo dopo il muro è diventato giallo, e nella sala Bomprezzi è nata una Cappella.

Un giorno incontro Paolo sulla strada per andare al lavoro, e mi consiglia di scendere dall’autobus una fermata prima, e di passare attraverso delle case. La strada si può fare solo a piedi e taglia le due ampie curve di via Lessona, passando tra un campo da calcio e un terreno incolto altrettanto grande.

Un altro giorno, dopo aver citofonato per entrare in ufficio, sobbalzo sentendo il canto di un gallo, poi un altro. Sono cresciuta in città e lo spazio ampio di due campi da calcio sul quale far correre lo sguardo e i galli che ti ricordano che la mattina è iniziata da un pezzo, mi fanno sorridere. Mi ricordano che in CasArché la normalità va oltre a quello che sono stata abituata a conoscere.

I pranzi sono un argomento curioso, e penso lascino trapelare quanto CasArché stia prendendo vita sotto i nostri occhi. Paolo mi ha spiegato che si può stare tutti insieme: mamme, educatori, e operatori; oppure che nell’ufficio di Cristina e Luca c’è un tavolo dove si può stare tra di noi. Ha inoltre aggiunto che ero libera di mangiare ciò che veniva preparato nella Casa, del cibo che mi portavo dietro, o andare fuori. La cosa all’inizio mi destabilizzava, non riuscivo a capire cosa fosse normale per i miei colleghi. Pensavo che Paolo mi avesse parlato del pranzo in questo modo per non farmi sentire obbligata a fare una cosa piuttosto che l’altra, ma ben presto mi sono resa conto che non c’era nessuna routine o regola implicita nell’organizzazione. Una volta si mangia con i bimbi che urlano, una volta si irrompe nell’ufficio dei colleghi, una volta si prende una cosa al bar.

La routine è qualcosa che richiede tempo per venire consolidata, e spesso dimentico che tempo in CasArché è un concetto relativo. Sebbene sia cresciuta con il nome Arché che mi girava in testa, sono effettivamente entrata a far parte di questo mondo quando CasArché era già realtà, quindi in un certo senso per me è come se tutte queste persone fossero qui da sempre, non da qualche mese. Ho notato che i miei colleghi si portano dietro la serenità e la voglia di collaborare per stare bene insieme, ma anche loro lo fanno in uno spazio nuovo che non ci resta che scoprire giorno dopo giorno, con l’entusiasmo caratteristico della vita in Arché.